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Freeport: luoghi nascosti per valori nascosti

di Caterina Lippi
@GAD – Giudecca Art District


Se vi dicessi che un gran numero di capolavori dell’arte e dell’umanità vengono tenuti nascosti in dei bunker lo reputereste giusto? Eppure, è così. Parlo dei freeport, grandi magazzini in cui vengono stoccate una grandissima quantità di merci. Auto di lusso, soldi, oro, vini pregiati e tra questi anche quadri, sculture e oggetti d’arte. Un mercato nascosto di tesori che non vedono mai la luce del sole. I freeport rientrano nella categoria delle zone franche, da sempre conosciute come luoghi in cui la legislazione nazionale è ridotta e agevolata. Vi è, infatti, l’esenzione sulle tasse di importazione ed esportazione e persino su quelle di transazione (fintanto che l’opera d’arte resta immagazzinata nella zona franca è esente da ogni tassa) e qui vi possono rimanere stoccate per anni, cambiando solo la proprietà. Ma le opere d’arte non vanno trattate al pari di altre merci di scambio. Il loro valore spirituale, simbolico e sociale non può passare in secondo piano o, come in questo caso, essere del tutto celato. L’arte ha bisogno di prendere dall’uomo per dare all’uomo. Ha bisogno di fotografare e catturare la realtà contemporanea che lo circonda, per restituire a questa stessa realtà una sua interpretazione. Il legame tra arte e uomo è indissolubile, un mutuo scambio, che viene meno se viene data solo importanza al valore economico. Sì, l’arte è anche mercato, ma non si può prescindere da quella che è la sua naturale vocazione di contatto con la comunità.

Dentro questi bunker di massima riservatezza e sicurezza, grandi uomini d’affari dirigono le sorti delle opere d’arte. Scambi silenziosi, a volte addirittura da freeport a freeport, senza che i direttori di queste istituzioni ne siano al corrente. Una smaniosa voglia di nascondere e di proteggersi, tutelando i propri averi da occhi indiscreti. Nei freeport, l’arte cresce di valore esponenzialmente, pagando un costo ragionevole a fronte di tutti i vantaggi che ne traggono i proprietari. Questi luoghi bui, infatti, garantiscono un’accurata conservazione, grazie a controllati servizi di climatizzazione e restauro. E, ancora, vengono fornite prestazioni di autenticazione, valutazione e trasporto discrete e altamente specializzate. Si potrebbe ribattere, allora, cosa differenzia questo sistema dal collezionismo moderno. Anche quest’ultimo mette sotto teca grandi capolavori. Eppure, c’è una ragione più alta rispetto a quella del mero valore economico. C’è la volontà di creare una raccolta di opere che segue un gusto, uno stile dettato dalla passione del collezionista, che mette la propria collezione al servizio della comunità. Questo cambio di rotta è stato seguito già da alcune case d’asta che si sono affiancate alla realtà dei freeport per una collaborazione. Se non è possibile vincere su un concorrente, è cosa intelligente creare con questo un’alleanza.

Photo by Panoramic images, via Getty Images

Il paradosso che sottende questa realtà è proprio la sua stessa natura. Se l’opera è considerata solo sotto il suo aspetto economico, allora che importanza hanno la sua forma e il genio creativo di chi l’ha realizzata? Che peso ha che l’opera esprima il suo significante attraverso la forma, se il suo significato è determinato solo nel suo valore economico? La forma dell’opera è diventata invisibile per via della museificazione finanziaria del suo significato. A tal proposito, allora, qual è il senso che sia scrupolosamente conservata? Il suo valore è esterno all’opera, è altro, non è l’opera. Quindi, sia che venga riposta in un caveau, sia che venga distrutta, è comunque sottratta alla visione. Assume in entrambi i casi, sia di distruzione, sia di occultazione alla vista, le sembianze ideali di essere solo significato, ovvero solo valore economico. A tal proposito potremmo fare riferimento alla Merda d’artista di Piero Manzoni, che vuole provocatoriamente far riflettere sul sistema dell’arte contemporanea, in cui non è più così rilevante la capacità dell’autore o ciò che l’opera suscita, piuttosto hanno assunto importanza altri valori come la notorietà dell’artista. Manzoni ha scelto di confezionare in scatole le proprie feci, lasciando al pubblico la decisione di credere o meno che all’interno di esse vi fosse davvero quanto da lui dichiarato. Questa opera racchiude il paradosso dell’esistenza dell’opera, lo stesso paradosso che potrebbe avere luogo nel caso dei freeport appunto. Tuttavia, qui l’artista non ha alcuna volontà. Come avrebbe detto Kundera, l’artista è costretto a diventare migliore alleato dei suoi nemici, che per promuoverlo e farlo crescere di quotazione devono nascondere la sua opera.

Bisogna ricordare che il porto franco di Ginevra nel 2013 conteneva circa un milione e mezzo di opere d’arte. Sarebbe probabilmente il miglior museo al mondo se lo fosse, dice Jean-Rene Saillard, del British Fine Art Fund. Mentre, Jean-Luc Martinez, direttore del Louvre, lo definisce il più grande museo che nessuno può vedere. E aggiunge che i luoghi sono sì legali, ma non possiamo parlare di etica. È corretto stivare in magazzini tante opere dell’umanità, a scopo di investimento e di lucro, sottraendole così alla fruizione, allo studio e alla ricerca?


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